Perché un libro è un libro

Perché un libro è un libro
31 Ottobre 2014

L’iniziativa dell’AIE

Nel giorno di apertura della fiera del libro di Francoforte, l’8 ottobre 2014, l’Associazione Italiana Editori (AIE) nella persona del suo presidente Marco Polillo ha lanciato la campagna di sensibilizzazione un libro è un libro, sul tema dell’adeguamento dell’IVA applicata agli ebook a quella in vigore per i libri tradizionali. Al momento, allo stesso contenuto viene applicata un iva del 4% se si tratta di un’edizione cartacea e del 22% se si tratta di un’edizione digitale.

Per capire come si arrivi a questo punto, iniziamo con  un breve recap su cosa sia l’IVA, quali sono le aliquote e come mai ci siano trattamenti diversi. Per poi muoverci sull’iniziativa dell’AIE, la call to action e la nostra visione per il futuro.

Ricordiamo cos’è l’IVA

L’IVA o imposta sul valore aggiunto, è una forma di tassazione diretta sui consumatori finali. Contribuisce a determinare il prezzo di acquisto di un bene o servizio. Nel caso dei libri tradizionali  è pari al 4% del prezzo deivato e viene gestita dall’editore che versa i proventi allo stato sulla base delle stima di vendita (copie stampate meno le copie invendute su base statistica), mentre nel caso dei libri elettronici è pari al 22% del prezzo deivato e viene raccolta dai librai che la versano allo stato. Editori e librai agiscono come sostituti d’imposta. In entrambi i casa di tratta di denaro del lettore che va direttamente all’erario. Non c’entra nulla con le tasse sugli eventuali profitti che librai ed editori fanno per le loro attività.

In altre parole l’IVA è una tassa sul consumo che innalza artificialmente i costi di transazione di un mercato per estrarre valore a beneficio della società intera (lo stato in questo caso).

L’IVA standard in Italia è il 22% per la stragrande maggioranza delle attività produttive, commercio e servizi. Tuttavia ci sono delle categorie per le quali si applicano aliquote iva ridotte, come in tutte le principali economie avanzare nel mondo. La motivazione è ovvia, non si vogliono penalizzare artificialmente le transazioni di beni e servizi di elevato interesse strategico per i quali i mancati proventi da IVA sono più che compensati dai benefici complessivi che la società trae grazie a maggior volumi di scambi (visto che l’IVA incide sui prezzi e quindi sulla domanda).

Per esempio servizi pubblici come sanità, (ma anche assicurazioni, prestiti finanziari, e altri) per i quali è fondamentale la massimizzazione dell’accesso ai medesimi sono a IVA 0%. Altri come stampa e libri (ma anche generi alimentari di prima necessità) sono al 4%, la cultura e la sua diffusione costituiscono una dei presupposti fondanti per il futuro di un paese. Altri ancora bene e servizi usufruiscono di un IVA al 10% (es: ristorazione, alloggi, alcuni prodotti alimentari e altri).

Un libro è un libro

In Italia, cosi come nei paesi dell’UE, ci si trova nell’anomala situazione di avere uno stesso manufatto culturale, realizzato, commercializzato e usufruito dagli stessi attori principali della filiera (autori, editori, distributori, librai, biblioteche e lettori) che la normativa fiscale discrimina a seconda della sua forma: fisica o digitale.

Addirittura penalizzando il consumo della forma digitale che è quella con il minor impatto fisico, logistico, e ambientale (gli ebook non consumano carta, non necessitano di processi chimici di stampa, non occupano spazio fisico, non contribuiscono all’emissione di C02 per il loro trasporto, ecc. ecc.). In Italia ogni anno vengono venduti ca. 100 milioni di libri, sono nel comparto trade (ovvero per i consumatori, senza includere i testi scolastici, professionali, scientifici, manuali…) Se contiamo quelli stampati e movimentati fisicamente, da Trieste a Palermo, almeno 200 milioni. Questo solo perché siamo un paese che legge poco. In Francia con lo stesso numero di abitanti i valori in gioco sono ca. 3,5 volte quelli italiani.

La disparità fiscale nasce dalla naturale lentezza delle normative

I libri elettronici fino a qualche anno (ricordiamo che solo a fine 2007 Amazon negli Stati Uniti lanciò il suo primo lettore Kindle, per altro ad un prezzo stratosferico di $399) non avevano un mercato commerciale di dimensioni fiscalmente significative. Pertanto come spesso accade con innovazioni di portata mondiale, le normative risultano, prima o poi, inadeguate a gestirle, o meglio non sono state affatto pensate per gestirle. Forse si può gestire quello che si conosce, ma l’ignoto è una mission impossible.

Quando sono nate le prime opportunità per commercializzare i libri elettronici, l’aliquota IVA applicata è stata quelle dei servizi, ovvero il 22%. Senza nemmeno dover deliberare nulla. Infatti tutto quello che non è normato ad hoc (es: iva esente, o aliquota iva ridotta) per definizione è ad IVA piena. Un principio sano per evitare di dover legiferare ad hoc su ogni novità anche la più irrilevante.

All’inizio non era un grandissimo problema, visti i bassi numeri di ereader in gioco e il numero molto modesto di lettori (i famosi early-adopter), che evidentemente nonostante la penalizzazione fiscale erano entusiasti delle nuovo opportunità. Oltre alle ragioni storiche ci sono, e giocano un ruolo molto importante, ragioni politiche e di interessi diversi tra i vari stati membri dell’Unione Europea. Non per tutti gli stati e’ un tema altamente prioritario anzi alcuni governi europei (es: Il Regno Unito di Gran Bretagna) si sono dichiarati contro l’equiparazione dell’IVA, pur sostenendo la priorità nazionale della culture e addirittura esentando totalmente i libri cartacei. Si tratta delle tipiche idiosincrasie di natura politica, dove le varie ideologie si contrappongono e mescolano in forme non sempre coerenti di compromessi. Posizioni politiche che col tempo auspicabilmente cambieranno specie se i cittadini/lettori daranno il loro contributo.

Call to Action

Ora è probabilmente arrivato il momento, di correggere una stortura primigenia e di dare pari almeno pari opportunità alla lettura digitale e ai suoi lettori. Adeguando l’IVA degli ebook si permette un maggior diffusione delle produzione letteraria a beneficio di tutta la società. Non solo dei lettori di ebook.

Perché un paese dove la cultura circola più rapidamente e in maggior quantità è un paese più libero e più capace di costruirsi un futuro migliore.

Proprio per questo motivo, la campagna promossa dall’AIE va sostenuta con l’obiettivo di sensibilizzare i policy maker ad attivarsi il prima possibile in questo senso. A livello europeo in primis, ma anche a livello italiano.

Visione per il futuro

Un obiettivo di medio-lungo periodo da perseguire, compatibilmente con l’uscita dalla più lunga recessione economica a memoria d’uomo in Italia, sarebbe quello di affrancare totalmente i libri dall’IVA (0%). Alla fin dei conti si tratta di valori in gioco limitati per il fisco (il giro di affari annuo dei libri trade in Italia è di soli EUR 1,2 miliardi di euro e di ca. EUR 2,6 miliardi per tutto il comparto libri nuovi, senza l’usato) a fronte di una maggiore diffusione di libri e cultura (anche ipotizzando che non si generino extra introiti per il fisco sugli utili marginali generati dalla filiera grazie all’incremento di distribuzione).

Potrebbero circolare molti milioni di libri in più all’anno. Gia’ in paesi come il Regno Unito di Gran Bretagna o le Repubblica di Irlanda i libri fisici sono esenti IVA (mentre quelli digitali sono ovviamente soggetti alle stesse normative europee che vincolano l’Italia). Per converso negli Stati Uniti gli ebook sono de-facto esenti iva mentre sui libri fisici gravano delle imposte sulla vendita (sales tax, dipende dai singoli stati).

Se la sanità (IVA esente) è cura del corpo, la cultura è non solo cura ma anche sviluppo della mente.

Una società della conoscenza attenta e lungimirante non potrà che muoversi in questa direzione.